È successo. Ci siamo risentiti. Sembra strano, ma mi è sembrato tutto così naturale. Stesse abitudini: mangi cioccolata mentre chiacchieri al telefono, dipendenti che ti cercano, cellulari che squillano e disturbano. Eppure son successe e cambiate tante cose. Le cose, appunto. Forse non io. Non tu. Stessa “capa ‘e merd”. Sarà quello che ci ha accomunato per un po’ di tempo? Fatto sta che non c’è stato imbarazzo, almeno da parte mia. Ci son curiosità che abbiam voglia di colmare. E questo non so se mi fa più paura o piacere. Di solito non mi faccio domande. Quando parto faccio sempre solo il biglietto d’andata. Del ritorno poi si vedrà. Ecco. Che sia giusto o sbagliato chi se ne frega. Penso sempre, in buona fede, che nel rapportarsi con le persone, non ci si perda mai. Anzi. Tutto, anche le cose negative, servono a farti migliorare. E io, oggi, sono una persona migliore, o forse solo diversa. Le strade si percorrono, si cambiano, si incrociano. Io ne ho attraversate tante in questo anno. Buie, isolate, a volte affollate. Sono stata senza meta per un po’. Ho conosciuto persone nuove e ritrovate altre. Mi son fermata. Dall’alto vi ho osservato, giudicato. Seduta su una comoda poltrona di umiltà. La saccenza ha fatto spazio alla riconoscenza verso tanti che avrebbero potuto fregarsene. Altri sono ancora lì ad aspettare un mio cenno. Il passo l’ho fatto. Se c’è una cosa che ho imparato in questo periodo è che quello che prima pensavi ti fosse dovuto, ora lo apprezzi di più perché, quando ti è mancato, hai scoperto quanto contasse. Sembrano frasi fatte ma piene di verità. Avevo voglia di appuntare questi pensieri. Non so se avrò il coraggio di farteli leggere ma, sappi, che sto parlando a te. A te che, nel bene e nel male, hai vissuto con me infinità di emozioni. Dalle più belle alle più brutte. Ci sei stato e, azzardo a dire, ci sei di nuovo. In modo diverso, ma ci sei. A pensarci bene, forse, ci sei sempre stato. Il silenzio, a volte, grida più forte delle parole. L’orologio ha ricominciato a scandire il tempo, lì da dove si era fermato.

CAOTICA SOLITUDINE.
Oggi sono stata impegnata. Ho avuto poco modo di rendermi conto cosa stesse accadendo. Non nel mondo, a 20 cm dalla mia scrivania. Ci sono giorni che non mi accorgo di nulla. Mi estraneo. Le mie orecchie e il mio cervello si coccolano avvolti da batuffoli di ovatta. E tutto sembra lontano. E’ in questo che trovo la mia essenza. Desiderio di solitudine oltre la norma. Non amo il caos, non amo dover ridere per forza a battute stupide di colleghi, non amo essere diplomatica, non amo il falso buonismo. Non amo. Questo fa sì che si creino spesso conflitti per via della mia sincerità e schiettezza. Me ne frego. Preferisco così. Io sto bene da sola. La mia solitudine mi fa compagnia. La mia solitudine è fatta di letture, di riflessioni, di sguardi persi nel vuoto, di rumori cupi, di persone di cui immagino le storie di vita, di emozioni. Per assurdo ho capito che solo stando da sola riesco a scoprire cosa mi succede intorno. Ora, per esempio, son sola. Capelli bagnati, accappatoio caldo, la tv che fa da lampada, il vicino batterista che da il ritmo alle mie dita sulla tastiera, il monitor e le mie fantasie. Mi chiedo: cosa cerca di urlare il ragazzo che riversa tutto il suo odio sui tamburi? Da qualche giorno quei suoni che hanno tormentato le mie serate li ascolto in modo diverso. La madre è fuggita con un altro. Il padre riversa su di lui la sua impotenza: Lui urla. Urla in silenzio. Suonando. Abbiamo una cosa in comune io e lui: una caotica solitudine.